» Spinazzola
Uomini illustri
Giovanni Capoccio | Uomini illustri: Giovanni Capoccio |
|
|
| martedì 13 febbraio 2007 | |||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Nemmeno il trattato segreto di Granata del 1500, stipulato sopra la testa del re di Napoli – Federico II d’Aragona – tra Luigi XII, re di Francia, successo a Carlo VIII, e Ferdinando II il Cattolico, re di Spagna, di Sardegna e di Sicilia, pose fine alla contesa. L’accordo, che prevedeva la Campania e l’Abbruzzo ai Francesi, Puglia e Calabria agli Spagnoli, non fu rispettato. Sorse una contestazione per il possesso del Tavoliere delle Puglie, terra preziosa per i pascoli della transumanza dall’Abbruzzo che “assicurava una rendita cospicua (circa 100 ducati)”, le cui norme erano state istituite da Alfonso d’’Aragona nel 1443 con la “Regia Dogana per la mena delle pecore in Puglia”. Il nostro territorio, così, fu presidiato dagli eserciti Francesi e Spagnoli, i primi di stanza a Ruvo di Puglia nel castel Melodia (oltre ai presidi di Canosa e Minervino), comandati da Charles de La Motte e da Lapalisse al servizio del Duca di Nemours, Luigi d’Armagnac, e i secondi a Barletta, comandati da Don Diego de Mendoza, che aveva al suo servizio la compagnia dei cavalieri italiani dei Colonna, al servizio di Consalvo da Cordova. La lotta si concluse con la pace di Blois (1503), che diventerà operativa con il trattato di Lione nel 1504 con cui fu assegnato il Regno di Napoli agli Spagnoli e il Ducato di Milano alla Francia. In questo contesto storico, il 13 febbraio del 1503 avvenne tra Andria e Corato in campo neutro, ora zona Sant’Elia in tenimento di Trani, il combattimento tra tredici cavalieri francesi e tredici cavalieri italiani. Questa sfida nacque a Barletta per le parole irriguardose di viltà e inettitudine pronunziate contro gli italiani da Charles De Cocques detto La Motte, il quale era stato fatto prigioniero, insieme ad altri francesi, il 19 gennaio 1503 da Don Diego de Mendoza. Durante la cena nella cantina di quest’ultimo a Barletta, cosi La Motte apostrofò gli italiani, secondo D’Azeglio(cap.II): ”non sapete che razza di canaglie sono gli italiani……, abbiamo più veduto adoprar pugnali e veleni che lance e spade……, un gendarme francese si vergognerebbe d’aver per ragazzi di stalla uomini che non valessero meglio di questi poltroni(nel significato francese di vigliacchi)d’italiani”. Solo Guicciardini, invece, afferma essere stati gli italiani a provocare i francesi. Questa disfida di Barletta è stata divulgata da Massimo D’Azeglio nel suo libro ”Ettore Fieramosca ossia la Disfida di Barletta, Firenze 1833”, che ha visto la riedizione moltissime volte fino ai tempi nostri. Prendendo spunto da questo episodio delle virtù d’armi italiane, il D’Azeglio ha tessuto un romanzo storico, che attrae, coinvolge e si legge con voracità, come un giallo del quale si vuole sapere subito la fine. Ha saputo legare bene gli antefatti complessi; ha costruito luoghi e posti con mirabile fantasia, ma con realismo, senza essere mai stato a Barletta; ha inventato persone come l’oste (Baccio da Rieti) soprannominato Veleno o il Sindaco di Barletta ecc; ha parlato dei personaggi reali; ha legato il tutto con un filo conduttore: l’amore impossibile di Fieramosca con Ginevra. Della disfida di Barletta ha parlato solo nell’ultimo capitolo, il diciannovesimo, mentre nei precedenti, ha costruito gli antefatti, delineando luoghi e personaggi; ha descritto pagine meravigliose del clima meridionale(Barletta), di albe stupende, ma anche di rimpianto per i piemontesi. Egli cosi dice al capitolo III: “poveri abitanti del settentrione! Non sapete quanto valga quest’ora (alba) nel bel cielo del mezzogiorno (Barletta), in riva mare, mentre la natura è ancora tutta nel sonno, e questo silenzio viene appena interrotto dal sordo gorgoglio dell’onda, che al pari del pensiero, non ebbe mai riposo dal dì che fu creata, né l’avrà finché più non sia. Chi non s’è trovato solo a quest’ora, chi non ha sentito sventolarsi presso il viso l’ultimo batter d’ala della nottola mattutina nel principiar del caldo sulle belle coste del regno (di Napoli), non sa fin dove giunga la divina bellezza delle cose create”. Ha il D’Azeglio avuto una preoccupazione: risvegliare nell’animo degli italiani nella metà del sec.XIX l’amore patrio, il valore italico in fatto d’armi, non di un singolo Stato o staterello, ma di tutta l’Italia, che voleva unita. Ha respinto con fermezza la viltà, il tradimento ed, infatti, si sofferma più volte quasi con insistenza su questo sentimento negativo e lo impersona nel cavaliere, che, tradendo gli italiani, combatteva con i francesi contro i suoi connazionali: Graiano d’Asti. Ricerche successive hanno dimostrato essere questi vero francese: Gran Jean Dast. E’ l’unico questi che viene ucciso nel combattimento per mano di Capoccio, secondo alcuni storici (pagg.673/74-Ettore Fieramosca e la sua casa-a cura della Società di Storia Patria,Napoli 1877,Tip.Giannini); da Salomone, secondo Guicciardini e da Bracalone, secondo D’Azeglio, a cui gli fà gridar : “Viva l’Italia! E cosi vadano i traditori rinnegati”, e a Fieramosca “…..giace infame e sulle sue ceneri peserà la maledizione de’traditori della patria” (cap.XIX). La vittoria della disfida arrise agli italiani, che mostrarono quanto valore avevano i cavalieri italiani e si avverò il giuramento e il motto che Fieramosca portava sul suo scudo:” Quid possit pateat saltem nunc Itala virtus”(mostri in quest’ occasione almeno, quello che vale il valore Italico - cap.XIX-Massimo D’Azeglio). Fra questi cavalieri di sangue italico vi era Giovanni Capoccio. Chi è costui? Qual è il suo vero nome e la sua patria natia?
Guicciardini, Giovio ed altri storici coevi dicono « romano», non di Roma (distinzione in seguito), Tagliacozzo e Alba Fucens, città abruzzesi, insieme con Spinazzola si contendono la natalità. La storia non è quella parte dello scibile che racconta gli avvenimenti, i fatti? Non è “l’insieme degli eventi umani, o di determinati eventi umani, considerati nel loro svolgimento (voc. ital. N. Zingarelli)?. L’accertamento del nome o soprannome e paese natio non è il fine della storia. Per lo storico essere romano, lombardo, pugliese,…ecc. è lo stesso, quello che vale è il fatto, l’accaduto, l’avvenimento. Ciò mi conforta proprio dall’analisi che ho fatto sui tredici cavalieri italiani dagli atti degli storici innanzi citati. Vediamone il raffronto con le medesime indicazioni riportate dagli stessi storici.
Come si vede solo per Fieramosca, Riccio, Abignente e Marco Corollario vi è concordanza della città; per gli altri cavalieri sono indicate città difformi (Fanfulla:Tito o parmigiano;Abenavolo:Tiano, Terni o de Capua; Miale: Toscana, Troia o Paliano) e per altri ancora sono indicate le provenienze generiche.Altro discorso sulla difformità dei nomi riportati. Questo quadro rafforza la mia tesi: gli storici raccontano i fatti e non si preoccupano di accertare nomi, soprannomi o città natie delle persone coinvolte. Le pretese quindi delle città in caso di diversità, sono possibili se giustificate da documentazione certa. Addirittura l’Autore di Veduta, al quale si da molta importanza e credito per aver egli visto e assistito-si dice- al combattimento, non riporta alcuna indicazione per i cavalieri Salomone, Albamonte, Romanello e Fanfulla; per altri, nomi diversi (Moele) e città diverse (Moele e Abenavolo).Da un cronista (l’anonimo), che assiste all’evento, doveva essere posta più attenzione ; più giustificabili Giovio e Guicciardini, i quali non hanno assistito al combattimento. E’ la riconferma, invece, che il cronista del tempo, per quanto attiene alle persone, ha annotato quello che in quel momento gli veniva riferito senza approfondimenti e ricerche, mentre gli storici hanno scritto quello che è stato riportato da altri. Nazareno Angeletti, invero, nel suo articolo riportato a pag.19 de “La Memoria del IV Centenario della Disfida di Barletta”, ritiene che «il romanzo di Massimo D’Azeglio si mostrò poco minuzioso dei particolari storici e topografici, dei nomi e della Patria attribuita a ciascuno, incorrendo nelle medesime inesattezze in cui il Guicciardini e il Giovio erano incorsi prima di lui». Guicciardini nella storia d’Italia ha preso i nomi dei cavalieri della disfida “dalla storia in latino di Girolamo Borgia della Basilicata in venti libri, andata dispersa” (pag.28 R.De Cesare – v. bibl.). Quindi dalla non unicità dei nomi, soprannomi e patria, deriva che è possibile che Giovanni Capoccio fosse di Spinazzola. Possibilità che comincia e può diventare certezza con la cronaca del frate francescano Nicolò Gasparrino (1580-1652) da Spinazzola. Il manoscritto è stato trovato dal parroco della cattedrale di Minervino M., prof. Michele Bevilacqua nel 1865, che con un libretto a stampa attesta la sua eccezionale importanza. In questa cronaca il frate, che officiava a Minervino M., racconta dal 1378 le gesta della sua famiglia Gasparrino, casato nobile di Roma e afferma che Giovanni Capoccio altri non era che Giovanni Gasparrino detto Capoccio (1462-1526), per la sua testa grande, nato a Spinazzola ed ivi sepolto nella cappella gentilizia del convento dei francescani, la cui autorizzazione alla costruzione fu data da Papa Bonifacio IX il 05.12.1391. Detto convento diventò poi macello comunale ( quello vecchio, tutt’ora chiuso e fatiscente) con la soppressione degli ordini religiosi operata da Giuseppe Bonaparte e Gioacchin Murat nella prima decade del sec.XIX. Vito Saraceno, sindaco di Spinazzola dal 1894, venuto a conoscenza ed in possesso di questa cronaca, pregò il prof. Nicolò Brunetti, insegnante di Storia e Geografia in Napoli, di accertare e “sostenere le ragioni che assistono questa terra, la quale è orgogliosa di aver dato alla gran Patria italiana un prode guerriero”. Egli continua nella lettera del 05.09.1886, inviata al prof. Brunetti “cercai tutto quello che poteva viemeglio far conoscere all’Italia tutta il vero luogo di nascita del Capoccio. Ma questo documento con altre notizie che le mando, ha bisogno del suo impegno”. Il libro di Brunetti, citato in prefazione, e la lapide che il sindaco Vito Saraceno fece a sue spese e fece apporre sulla facciata del municipio, inaugurandola il 29.05.1887, tutt’ora esistente, in onore di Giovanni Capoccio spinazzolese, suscitarono il risentimento di Tagliacozzo e Alba Fucens, pretendenti ambedue con Roma di aver dato i natali a Giovanni Capoccio. La contesa fu violenta e sfociò anche in offese da parte del sindaco Iacomini e dello scrittore Gattinara di Tagliacozzo. «Bella, nobile è la gara, che accenna al risveglio morale degli italiani. Peccato che essa, per colpa degli ostinati della valle del Salto, ha in certo modo trasmodato, riducendo una nobile quistione storica a bizza personale, ad ira fanciullesca, quasi a pettegolezzo», dice Brunetti a pag. 112 del suo libro. Nel 1887 il Faraglia, storico abruzzese, negò l’autenticità del manoscritto di Nicolò Gasparrino, argomentando sulla parola “steccato” contenuta nella cronaca. Secondo il Faraglia detta parola “lo steccato”, campo circoscritto in cui avvenne il combattimento, fu usata non prima della pubblicazione del libro di Massimo D’Azeglio-ed.1833-, quindi il manoscritto del frate, che lo iniziò a scrivere nel 1627, è falso. Altri autori si sono associati a questa tesi, affermando pure essere il frate “un povero cronista da convento”. Il Guicciardini (1483-1540), invece, nella sua storia d’Italia e Paolo Giovio (1483-1552) nella sua “Vita di Consalvo” parlano di «stecato», quindi non vera la tesi del Faraglia. Perché questo frate, Nicolò Gasparrino avrebbe dovuto affermare che Giovanni Capoccio altri non era che Giovanni Gasparrino detto Capoccio? Perché includerlo nella sua famiglia, se questa era già nobile? Perché avrebbe dovuto affermare essere Giovanni Capoccio nativo di Spinazzola, se fosse veramente nato a Roma, Tagliacozzo o Alba Fucens? Perché macchiarsi di tale infamia per un religioso di fede francescana? Si sarebbe il frate macchiato di un grave peccato, se avesse falsificato la verità. Per onestà, per rettitudine, per la stima di cui godeva per i diversi incarichi ricevuti in Italia (Ministro Provinciale, Definitore Generale, Segretario Generale, Oratore del Regno di Napoli sotto Filippo V) e in Spagna dal 1634 a Madrid, mi riesce difficile credere al falso; il tutto poi per glorificare la sua famiglia, già nota e nobile. Non credo e mi conforta la lettura del libro di Camillo Tollis, autore di “La vera patria di Giovanni Capoccio”. Volendo confutare il manoscritto del frate Nicolò Gasparrino e quindi quello di Brunetti, il Tollis afferma che Giovanni Capoccio era di Alba Fucense e non di Roma, Tagliacozzo e Spinazzola. Alcune perplessità mi sorgono. Leggo in Brunetti a pag. 24: «l’autenticità (del manoscritto) non è dubbia, e valorosi paleografi l’han dimostrato; lo stile prolisso, la lingua quasi incerta, le parole latine che incorrono ad ogni passo, le lettere di una forma speciale usate nei secoli XVI e XVII, la carta e la ligatura del libro propria dell’ epoca tutto dice che questa cronaca è di perfetta autenticità». Aggiunge nella lettera “ai miei concittadini “ inserita nel libro e datata Napoli, agosto 1877:«le ragioni storiche, i documenti, gli atti autentici ho ravvivato col soffio del patriottismo……, l’eroe che con questo libro alla gentile e forte Spinazzola si rivendica, appartiene a voi e me eziandio». Quindi il libro di Brunetti è frutto di analisi scrupolosa, di ricerca minuziosa, di documenti trovati ed aveva l’autore tutta la possibilità, trovandosi a Napoli, centro e sede del regno. Non si bolli, dunque, il manoscritto come apocrifo, avendo avuto l’imprimatur di autenticità da parte di valorosi esperti, il confronto approfondito e l’attenta ricerca di un professionista (Brunetti) serio, affidabile e competente, quale insegnante di storia. Perché poi il frate avrebbe dovuto includere Giovanni Capoccio romano nella sua famiglia? Si dice, per glorificare il suo casato Gasparrino. Mi vengono incontro le affermazioni di Tollis, che nel tentativo di dimostrare essere Capoccio di Alba Fucense, dice a pag. 52:«scopo del frate fu quello di nobilitare il suo casato e gli fu duro che quel Giovanni fosse stato nominato Capoccio per haver una testa grade» e a pag. 51«penso che un cognome come quello di Gasparrino, con i suoi antenati illustri, cavalieri aurati, conti palatini, gentili e nobili era da preferirsi ad un soprannome sconosciuto e che per di più indicava un difetto fisico». In questa contraddizione cade il Tollis: la famiglia Gasparrino era già nobile e illustre di grandi gesta d’armi e non aveva bisogno dell’eroe Capoccio per nobilitarla. Perché, quindi, il frate avrebbe dovuto compiere una violenza contro la sua intelligenza, un atto contro la sua volontà ( e gli fu duro, dice il Tollis) per includere l’eroe nella sua famiglia, se questa era già nobile per suo conto? Una è la risposta: perché da documenti in suo possesso, da accertamenti, da tradizione orale e memoria, che tramandano fatti, al frate risultava che Giovanni Capoccio, l’eroe della disfida, era nativo di Spinazzola ed uno dei Gasparrino. Raffaele De Cesare (1845-1918), nostro concittadino, giornalista, meridionalista, deputato e senatore, pubblicò un libro: la disfida di Barletta nella storia e nel romanzo,Città di Castello 1903. In tale opera parla della conferenza che egli tenne il 13 febbraio 1903 nella grande sala del collegio romano e pubblicata nella “Nuova Antologia” fasc.749 del 1°marzo 1903 sulla disfida di Barletta. Afferma a pag.24 che «incertezze storiche regnano ancora su parecchi dei tredici. La patria par sicura soltanto per Fieramosca, Abignente,Bracalone, Giovenale, Casellario e i due siciliani Guglielmo Abimonte (di Ficarra) e Francesco Salomone (di Sutera). Per gli altri è argomento di disputa e di curiose polemiche rincrudite in occasione di questo IV centenario” e a pag.25 “altri fra i tredici sono noti col soprannome, come Miale, o Meale, o Majale, o Maele; Capoccio, o Capocchia, o Capaccio, o Capozio; Bracalone, o Braccalone, o Brancaleone, secondo D’Azeglio, e Fanfulla, o Tanfulla ». Anche Raffaele De Cesare, quindi, pur propendendo che Capoccio fosse più di Roma che di altro luogo, è convinto che Capoccio fosse un soprannome, per cui occorrevano ulteriori accertamenti per l’identità. Se rimangono ancora dei dubbi circa la vera patria di Giovanni Capoccio, all’inizio del sec. XX nuova luce chiarificatrice arriva dalla manifestazione del comune di Barletta, organizzata in ricorrenza del IV centenario della disfida, il 13 febbraio 1903. Di ciò Raffaele De Cesare era ignaro e, quindi, inconsapevole delle novità che emersero a Barletta, perché, come detto, era impegnato alla conferenza tenuta nello stesso giorno del 13 febbraio 1903 a Roma. Per tale evento di celebrazione, l’ amministrazione comunale di Barletta costituì un comitato d’azione sotto la presidenza del sindaco cav. ing. Giovan Battista Milano. Tale comitato ritenne doveroso procedere anche alla costituzione di un comitato d’onore, comprendenti i sindaci delle città dei tredici cavalieri della disfida. Per Spinazzola fu invitato il sindaco del tempo Carlo Mazzoni, che a sua volta inviò l’assessore delegato Pasquale Francavilla. Il comitato esecutivo, ad evitare di inserirsi nella polemica delle diverse città “credette di estendere gli inviti, per semplice atto di cortesia, a tutti i sindaci delle varie città, disputatesi tuttora il vanto e la gloria di aver dato i natali ad alcuni di quei valorosi campioni”. Fatto nuovo e importante: anche i sindaci di Tagliacozzo e Alba Fucense furono invitati. Ma questi non intervennero, neanche con un proprio delegato, né inviando una propria adesione; non risulta documentazione in tal senso.Ciò fa supporre che la pretesa di Tagliacozzo e di Alba Fucense, accampata non molto tempo prima, appena un decennio, quindi ancora sentita, era sopita per intervenuta convinzione che non fosse la loro città la vera patria di Giovanni Capoccio. E’, a mio avviso, la prima novità emersa dalle celebrazioni del 1903 a Barletta. Tali fatti emergono dal libro :”la memoria del IV° centenario della disfida di Barletta, tip. G. Bellisanti- Barletta”, alle pagg.29 e 30 stampato dalla città di Barletta per l’occasione. Altra significativa novità: in una mostra apparve la fotografia della casa di Giovanni Capoccio in Spinazzola, uno dei tredici della disfida, fatta dal fotografo Casamassima di Barletta. Tale fotografia è oggi esistente e trovasi presso l’Archivio di Stato di Barletta nel fascicolo 6-anno 1903, cat.VI-2-1-/b-1 che ho consultato e che raccoglie documenti della celebrazione del IV centenario della disfida.
Altra documentazione. Nel 1931 un congresso storico abruzzese - molisano, tenuto a Roma, di cinque giorni dal 25 al 29 marzo alla presenza dell’allora Ministro per l’Educazione Nazionale portò ulteriore luce al caso Capoccio, nel quale congresso vennero confutate le tesi di Tagliacozzo, Alba Fucense, di Roma e sostenute quelle di Spinazzola. Gli atti del convegno sono stati pubblicati da Casalbordino, Nicola De Arcangelis editore 1933 e conservati presso l’Istituto di Studi Romani in Roma. Successivamente sono stati pubblicati diversi opuscoli su personaggi della disfida di Barletta. Io ho trovato solo i sottoelencati, dei quali posseggo le fotocopie: 1. Il Romanello della disfida di Barletta e il suo vero nome; 2. Le pretese di Tagliacozzo su uno dei tredici italiani della disfida di Barletta; 3. Uno spinazzolese alla disfida di Barletta; 4. Carlo De Cocques – signore della Mothe – Des Noyers – governatore e senatore di Roma 1527; 5. Gli antecedenti della disfida di Barletta. 6. Il Cardinale Tarentino Giovanni Berardi. ( Per le indicazioni complete, vedasi bibliografia ). Autore di questi opuscoli è Pietro Gasparrini, che è stato anche uno dei relatori del convegno storico abruzzese – molisano. Chi è costui? Nel 1931 vive a Roma Lido, certamente è uno storico, ricercatore, autore di diversi studi, ha scritto anche per la società napoletana di Storia Patria e l’Istituto di Studi Romani. Ha la sfortuna o per noi la fortuna di chiamarsi Gasparrini ( non Gasparrino ) e questo cognome gli ha dato lo stimolo per approfondire l’argomento su Giovanni Capoccio e gli altri della disfida di Barletta. La lettura degli opuscoli citati di Gasparrini, il quale con dovizia di particolari e numerosissima documentazione storica reperita in “moltissimi archivi d’Italia dai veneti ai siciliani” e stranieri “viennesi, Madrid, Simancas e Barcellona” e con l’indagine di “ centinaia di registri” del ‘400 e dei primi del ‘500, sono la riprova della sua serietà professionale e del suo immancabile impegno di storico. Nell’opuscolo “Uno spinazzolese alla disfida di Barletta”, a pag. 12 è riportato il contenuto di un documento, datato 21 marzo 1524, che l’autore Gasparrini ha trovato e così dice : «Jonnes Petri Gasparini judicis alias Capoezus de Spinaczola, miles Sanctis Jacobis » e “dimostra la di lui ascrizione ad civitatem romanam”; continua a pag.13 che “l’ordine equestre Spagnolo di S. Giacomo della Spada, del quale risulta insignito Giovanni Gasparrino alias Capozzo nel documento del 1524 e probabilmente quello che il Gran Capitano conferì ai tredici di Barletta nel crearli cavalieri dopo la loro vittoria, giusta la testimonianza dello spagnolo De Herrera, del Giovio, dello stesso Summonte e di altri; per incidenza, noto, che il De Gasparrino era già cavaliere ereditario del Sacro Romano Impero…. Non si può, dunque, dubitare, anche prescindendo del tutto dalle asserzioni dell’annalista francescano, che il campione di Barletta è gloria di Spinazzola, ove nacque l’anno 1462. Né si può obiettare che in nessun documento si fa esplicita menzione di Giovanni De Gasparino, quale uno dei tredici, perché neppure per tutti i suoi compagni della disfida, eccetto Fieramosca, tale menzione è giammai fatta”. Nel 1977 Camillo Tollis con il suo libro sopraccitato “la vera patria di Giovanni Capoccio” portava argomentazioni per affermare che Giovanni Capoccio non era né di Roma, né di Tagliacozzo, né di Spinazzola, ma di Alba Fucense. Gli argomenti da lui portati agiscono come boomerang, si ritorcono contro. Nell’atto notarile del dott. Antonio de Musco, al quale Ettore Fieramosca si rivolse la mattina del combattimento per non aver ricevuto ancora da La Motte le garanzie pattuite per la salvaguardia dei cavalieri e del suo seguito e al quale notaio presentò i tredici cavalieri italiani, il nostro Capoccio dichiara di essere Giovanni Capoccio romano cosi come dichiara Giovanni Brancaleone romano ( che poi viene accertato essere Giovanni dei Carloni di Gennazzano). Perché questi hanno dichiarato essere romani e con nomi non propri, se non fosse quella la loro patria? Perché ambedue godevano del titolo onorifico di Civis Romanus, afferma Tollis a pag. 77, e perché con tale qualifica o titolo rappresentarono “ la città per eccellenza, la più importante d’Italia:ROMA……non va scartata l’ipotesi che i due romani si qualificassero tali perché essendo nativi di due località sconosciute (Spinazzola e Gennazzano), allo scopo di dare una indicazione precisa dissero di Roma”, anche perché cosi erano meglio conosciuti o si facevano chiamare. Seguita ancora il Tollis « fecero in altre parole cosi come si fa ancora oggi quando ci si trova lontani dal luogo d’origine, di poca o nessuna importanza e qualcuno ci domanda: di dove sei? Allora si tace l’effettivo luogo di nascita e si risponde di Avezzano o di Roma». E’ la stessa tesi di Brunetti. Abignente stesso a pag.244 del suo libro “la disfida di Barletta e i tredici compagni italiani”, riportato da Tollis a pag.79, afferma che «Romano non deve intendersi quale paese nativo di Roma, anzi erano considerati Romani tutti coloro che erano al servizio dei Colonna». Anche la tesi di Abignente, che <Giovanni Capoccio era romano, avvalendosi di uno scritto di Vincenzo Capoccio, è ritenuto apocrifo da Tollis (pag.77). Avendo questi letto il documento che si trova nella biblioteca Corsiniana in Roma sotto il numero 1678 afferma a pag. 80:” balza evidente il significato romano che in questo caso è solo attributo onorifico e non indica l’appartenenza al luogo ritenuto di nascita”. Su un articolo apparso su «Capitan Fracassa»del 02 marzo 1903, a firma del dott. Nazareno Angeletti, questi, per Brancaleone Romano, chiarisce la confusione e distingue” l’idea della patria con l’altra del titolo onorifico di Civis Romanus, del quale si aveva diritto per concessione dei Colonna”. Perché queste tesi portate da Tagliacozzo e Alba Fucense non debbono valere pure per Spinazzola? Rispondono, quindi, al vero le tesi del frate Nicolò Gasparrino, Nicolò Brunetti e Pietro Gasparrini. Si fa osservare: perché Spinazzola ha mantenuto un silenzio fino a Vito Saraceno (1887) nei confronti di Giovanni Capoccio, se era la sua patria? Mi viene incontro il Tollis che afferma «per le condizioni e le convinzioni di allora » egli dice a pag.71 del soprannominato libro, perché «la popolazione viveva ancora nella ignoranza e nella più squallida miseria,…in uno stato di economico depressione,…..il popolo minuto visse nello squallore, incapace di azioni, di pensieri e di iniziative(Bignami, la politica degli italiani sotto il dominio spagnolo)». Pensiero espresso dal nostro Brunetti a pag.124. Né vi fu fervore per Giovanni Gasparrino detto Capoccio anche quando Barletta nel 1583 innalzò il monumento ai tredici eroi. Quasi certamente Spinazzola nemmeno era a conoscenza di questo avvenimento per inesistenza di mezzi di diffusione e di comunicazione. Continua il Tollis a pag. 72, «era l’epoca descritta cosi mirabilmente dal Manzoni nei Promessi Sposi»e dal Verri Pietro (storia di Milano, 1850) in cui regnava «la decadenza dei costumi, di ignoranza, timidezza e superstizione». A questa condizione generalizzata del popolo si aggiungeva la «convinzione radicata nella mente dei popolani e non popolani che la disfida di Barletta non fu un avvenimento nazionale», ma «un compassionevole sfoggio di una valentia personale e questa convinzione durò la bellezza di due secoli e mezzo». Perché Spinazzola doveva fare eccezione di queste condizioni di vita? Anzi a maggior ragione, in quel tempo un paese interno e in zona depressa come Spinazzola, viveva una condizione ancora peggiore. Non fa meraviglia, quindi, che anche Spinazzola ha dormito su Giovanni Gasparrini detto Capoccio sino a Vito Saraceno e Nicolò Brunetti. Si dà molta importanza all’Autore di Veduta per aver egli assistito al combattimento – si dice – la cui cronaca, titolata “successo de lo combattimento delli tredici italiani e francesi fatti in Puglia…..nell’anno 1503” è stata stampata da Giovanbattista Damiani nel 1547 e anche successivamente da altri. Non si comprende perché l’autore vuole rimanere ignoto; ma ha veramente visto e assistito al combattimento? Non “ha visto niente” dice il prof. Giacomo Procacci, già professore di storia contemporanea all’Università “la Sapienza”di Roma, autore de “La disfida di Barletta tra storia e romanzo “, ed. 2001-B. Mondadori, riportato dall’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 09.03.2003 a firma di Rino Daloiso. Ad avvalorare questa tesi,riporto anche l’affermazione risultante a pié della pag.1 del “Successo dello combattimento delli tredici italiani, e tredici francesi pubblicato dall’Amministrazione Comunale e dalla Associazione Nazionale Combattenti di Capua per il 500° anniversario della nascita di Ettore Fieramosca in luglio 1978. “La narrazione, opera del notaio Giovan Battista Damiani, è un infedele rifacimento di quella scritta da Vincenzo del Balzo che fù testimone della storica disfida. L’opuscolo è importante non solo per la storia del vittorioso scontro dei compagni di Fieramosca, ma anche perché ci ha tramandato nomi di alcuni umanisti minori della prima metà del cinquecento, che ci sarebbero rimasti del tutto ignoti se il Damiani non avesse riportato i loro componimenti lirici in latino in onore di Ettore Fieramosca. Frontespizio con cornice silografica. Rarissimo. F.to Capua, Museo Campano”. Come si deduce, l’opuscolo dell’«anonimo» non è molto affidabile e ha valenza, per quel che ci riguarda, solo “per la storia del combattimento”, dell’accaduto; non ha importanza, come detto prima per la patria e nomi dei cavalieri intervenuti. Esistevano i Capoccio a Tagliacozzo, Alba Fucense e a Roma nel tempo della disfida ? A Tagliacozzo nei secoli precedenti alla disfida vi fu una famiglia “Capozio”, da cui scrittori postumi fanno discendere anacronisticamente “ Johannes Capotius “, uno dei tredici della disfida. Ad Alba Fucense si trovava la famiglia Capoccio nel 1333, e nel sec.XVI vi fu un Giangiacomo Capoccio, nato nel 1525, dopo ventidue anni dalla disfida, morto nel 1588; nel sec.XVII vi fu anche un Giovanbattista Capoccio morto nel 1643. Questi due ultimi risultano da due lapidi della chiesa di S. Nicola ad Alba, le quali non fanno riferimento alcuno al Giovanni della disfida. .Due autori celebri, il Febonio e il Corsignani, che hanno scritto sui personaggi illustri della Marsica, non accennano a Giovanni Capoccio della disfida di Barletta. Importanti sono le ricerche di Pietro Antonio Corsignani, autore di “ De viris illustribus marsicorum “ e “ Reggia marsicana”. Questi, nativo di Celano, “ patrizio marsicano in Abruzzo e nobile cittadino romano “, dal 12 marzo 1727 è stato vescovo di Venosa fino al 1735, da dove fu trasferito alla diocesi di Valva e Sulmona, ove morì nel 1751. A Venosa tenne il Sinodo nell’anno 1728 e presentò di questa, epigrafi, chiese, scrittori e personaggi illustri. A quel tempo Spinazzola faceva parte della diocesi di Venosa e il Corsignani nel sinodo parlò pure della chiese e ordini religiosi di Spinazzola, ma non accennò a personaggi illustri. E’ ricordato - il Corsignani – da una lapide del 1734 tuttora esistente nella nostra chiesa madre. A Corsignani, che era “patrizio marsicano e nobile cittadino romano “, non risultò dalla sua ricerca sugli uomini illustri marsicani, un Giovanni Capoccio, eroe della disfida, perché, presumibilmente, era a conoscenza di Giovanni Gasparrino detto Capoccio di Spinazzola. Per quanto riguarda Roma, «molti documenti medioevali attestano la presenza dei Capocci (non Capoccio) in Roma nei secoli XII e XIII, molto tempo prima dell’epoca» del combattimento. Nel sec.XV vi fu la presenza di Giovanni Berardi Capoccio, imparentato con i Capoccio di Tagliacozzo, morto a Roma il 21 gennaio 1449, come attestava una lapide nella chiesa di S. Agostino in Roma e distrutta presumibilmente dai Francesi nel 1799. Nel sec. XVII troviamo un Giovan Vincenzo Capocci morto a Roma nel 1646. La lapide e tutte le iscrizioni delle chiese di Roma raccolte da molti scrittori del ‘500, ‘600 e ‘700, non accennano al Capoccio della disfida di Barletta. Anche la tesi che i Francesi avrebbero distrutto l’epigrafe della chiesa di S. Agostino in Roma per cancellare ogni traccia della loro sconfitta del 1503, non sarebbe sostenibile. Non si riuscirebbe a capire perché i Francesi avrebbero distrutta la lapide di S. Agostino e non anche quella di “ Bracalone”, esistente nella chiesa di S. Pantaleo in Roma, ancora visibile, alludente esplicitamente al cavaliere della disfida di Barletta. Ciò viene ampiamente dimostrato da Pietro Gasparrini nell’opuscolo « le pretese di Tagliacozzo»e «il Cardinale Tarentino – Giovanni Berardi», a seguito di una ricerca minuziosa e approfondita, di tantissimi documenti storici e atti notarili consultati, che egli cita nelle note. In conclusione, non esistendo a quel tempo della disfida, la famiglia Capoccio a Roma, né a Tagliacozzo, né ad Alba Fucense, doveva pur avere l’eroe della disfida una patria e o una famiglia; considerando che “romano” significava possedere un titolo onorifico, che non indicava la patria o la città natia, come innanzi detto; ritenuto che Capoccio era il soprannome, come affermano R. De Cesare ed altri, si fa strada la cronaca del frate Nicolò Gasparrino, il quale attribuisce essere Giovanni Capoccio uno della famiglia Gasparrino, perché, a mio avviso, era l’unica famiglia nobile ed illustre, di origine romana, avente “cavalieri aurati, patrizi romani”, che era allora al servizio dei Colonna e mandata a presidiare e difendere Spinazzola contro i Francesi. Che il Capoccio fosse un Gasparrino è attestato anche dal prof. Insero Cremaschi, il quale, nel presentare il libro del 1835 “ Apologi Misteriosi “ di Francescantonio Spada ristampato nel 1991 (in edizione anastatica) dal discendente e vivente Francesco Antonio Spada, dice testualmente: “la famiglia Spada – D’Agostino si imparentarono con i discendenti del secondo eroe della disfida di Barletta”. La memoria storica del vivente Spada è una conferma della veridicità della cronaca del frate Nicolò Gasparrino, attestante che Giovanni Capoccio altri non era che Giovanni Gasparrino detto Capoccio. Ho consultato insieme a Sebastiano Patruno, presso la diocesi di Andria, la cronaca del frate e l’abbiamo trovata interessante con la copertina in carta pecora, con una scrittura lineare dal carattere piccolo su fogli non rigati con linee di margine a matita, con annotazione del contenuto a fianco, senza uno scarabocchio, né una correzione. Si arguisce che è la trasposizione dalla brutta copia, è un volume di oltre 500 pagine; la pagine in bianco esistenti, in una quantità ben precisa, stanno a dimostrare che dovevano essere riportate in bella copia altrettanti pagine della brutta, che avevano bisogno di essere riviste. Ho cercato di raccogliere in questo mio lavoro, tutto ciò che ho trovato; ho citato le fonti; ho portato le tesi utilizzando le stesse delle altre città pretendenti; ho cercato, insomma, di contribuire a dare più luce alla caso Capoccio per la verità storica. Per tale motivo elenco qui sotto ancora altri documenti a me noti, che parlano di Giovanni Gasparrino detto Capoccio di Spinazzola.
1) Articolo apparso sulla disfida, rivista di Corato, del 21 febbraio 1932 col titolo Giovanni Capoccio”, a firma di Nicola Romano – Bari; 2) Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 14 aprile 1964 col titolo “Un secondo campione pugliese partecipò alla disfida di Barletta”, a firma di Costantino Savonarola; 3) Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno il 15 aprile 1964, a firma di Costantino Savonarola, che concludeva l’articolo del giorno precedente 4) Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 26 febbraio 1967 col titolo“ Era di Spinazzola Giovanni Capoccio?, a firma di Nicolò Molinini – Corato; in detto articolo è riportato quello apparso sul “Popolo di Roma” del 1631 a firma di Nicola Maria Chieppa, il quale afferma che «Capoccio fu un discendente di Gasparrino, nativo di Roma, trasferitosi, quale comandante di presidio,in Spinazzola»; 5) Articolo apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno nel 1967 col titolo “Capoccio, eroe di Spinazzola”, a firma di Nicola Romano; 6) Lettera del sindaco avv. Michele D’Ercole datata 25 agosto 1995 al sindaco di Barletta; 7) Libro del dr. Enthel Sollazzo “ Spinazzola e i suoi uomini “, 1° volume, stampato nel 1997 da Finiguerra di Lavello; detto libro è stato presentato a Barletta presso il Circolo Unione per la Società Storia Patria – sez. di Barletta; 8) Inserto speciale della Gazzetta del Mezzogiorno del 09 marzo 2003, pag. 2, titolo “tredici contro tredici a singolar tenzone”, a firma di Paolo Pinelli; 9) Progetto del Parco Letterario Massimo D’Azeglio – Ettore Fieramosca, pagg. 36-38, a cura di Emanuela Angiulli.
Sono convinto che non è giusto accampare pretese di personaggi non appartenenti al nostro paese. Non è bello conoscere la verità ? Questo opuscolo potrebbe essere una provocazione, affinché altri studiosi o appassionati ricerchino, approfondiscano, portino altri contributi, in modo che possa venire fuori la verità storica e si perpetui, così, con doveroso rispetto la memoria di quei valorosi campioni Italiani.
BIOGRAFIA Anche Giovanni e i fratelli preferirono l’arte della cavalleria, allora molto in auge. Furono al seguito dei Re Aragonesi del regno di Napoli con una breve parentesi quando Carlo VIII conquistò l’Italia quasi senza colpo ferire. Dopo il proclama di Ferdinando II d’Aragona,detto Ferrandino (1467 – 1496), con il quale esortava i Napoletani a sottomettersi a Carlo VIII, anche Giovanni ed il padre Pietro si sottomisero al nuovo re, portati personalmente dal notaio Silvestro Gambino ed ottennero da Carlo VIII diversi privilegi per Spinazzola nel 1496. Troviamo i Gasparrino a combattere contro i Turchi in terra d’Otranto nel 1480 – 81 e, sebbene Giovanni era giovanissimo meno di 20 anni, mostrava già grande valore. Al servizio di Francesco Orsini, negli scontri contro i Francesi a Ripacandita, Atella, Baia nel Golfo di Napoli, rifulgeva sempre il grande eroismo di Giovanni e del padre. Concorse alla liberazione di Ostia nel 1497, debellando, così, Roma dalla carestia. Nel settembre del 1497 Giovanni prende moglie a Spinazzola e difese la città alla fine dell’anno dall’assalto dei Francesi, scacciandoli in un burrone che ancora oggi è ricordato come la “grava dei Francesi”. Nel settembre del 1498 Giovanni ebbe il primo figlio, cui dette il nome di Pietro, come suo padre. Nel 1498 nacque il secondogenito,che chiamò Giacomo e successivamente ebbe Iasone e nel 1506 il quarto figlio Andrea,che morì a 30 anni. Quando Consalvo da Cordova pose a Barletta il suo quartiere generale chiamò “Giovanni, Dominico e Giasone Gasparrino” e li assegnò a Prospero Colonna. Questi conoscendo il “valore e grande d’animo e sapendo che loro erano nipoti di Gasparrino, Cavaliere Aurato, Conte Palatino, nato di nobile ed illustre famiglia Romana….li tenne carissimi nella sua compagnia come suoi compatrioti e li chiamò Romani”. Fu decisivo nello scontro con gli Spagnoli contro i Francesi tra Barletta e Canosa il 19 gennaio 1503 il valore di Giovanni con la compagnia di Colonna, nel cui scontro furono fatti prigionieri La Motte ed altri Francesi. Scelto da Prospero Colonna per la sfida di Barletta fu ritenuto, dopo Ettore Fieramosca, il secondo eroe di quella disfida. Da alcuni storici viene indicato come l’uccisore di Graiano d’Asti, ritenuto erroneamente l’Italiano traditore che combatté per i Francesi. Il 21 febbraio del 1503 partecipa alla conquista di Ruvo e il 27 aprile dello stesso anno a quella di Cerignola; Giovanni si distinse tanto da essere lodato da Prospero Colonna. Il 29 dicembre del 1503 gli venne ucciso il cavallo, Giovanni non si perse d’animo, disarcionò un Francese e si prese il cavallo. Fu fatto prigioniero durante la battaglia di Ravenna nel 1512 e, liberato da Giulio II, Papa dal 1503 al 1513, ritornò a Spinazzola nel mese di giugno. Morì durante la peste del 1526 a Spinazzola ed infatti non è compreso nell’elenco dei Gasparrino viventi del 1546 che il frate Nicolò Gasparrino, al secolo Bartolomeo, nato a Spinazzola il 1580 e morto a Salerno nel 1652, fa nella sua cronaca. Fu sepolto nella tomba gentilizia del padre Pietro che era ubicata a destra della chiesa del vecchio convento francescano, successivamente divenuto macello comunale, ora in stato di abbandono e fatiscente, del quale convento sarebbe opportuno un recupero.
fonte: SULLE ORME DI GIOVANNI CAPOCCIO |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||








Il 1494, con la discesa di Carlo VIII in Italia, segna l’inizio delle lotte per il predominio della nostra penisola tra la Francia e la Spagna.


Giovanni Gasparrino nacque a Spinazzola nel 1462; fu detto Capoccio per avere la testa grande. Il nonno Gasparro Gasparrino era discendente da una famiglia nobile romana; fu “Cavaliere Aurato e Conte Palatino” e, al servizio di Carlo III di Durazzo (1345 – 1386), re di Napoli, fu inviato a Spinazzola il 1384 circa, ove fondò la sua famiglia. A Spinazzola nacque Pietro, padre di Giovanni, il quale, inviato a Napoli e laureatosi in legge nel 1433, “stimando vita oziosa il coltivare le lettere e le scienze” si arruolò nella compagnia degli Orsini.